Quando si parla di Milano e design, il rischio è sempre quello di restare in superficie. A me interessa invece Milano come luogo in cui gli oggetti vengono messi alla prova davvero, dentro i ritmi della vita, del lavoro e dei gesti quotidiani. Il caffè, tra la caffettiera di casa e il banco del bar, è uno dei modi più chiari per raccontarlo.
Quando pensi a Milano e design, da dove partiresti?
Partirei da una cautela: Milano è una città così forte sul piano dell’immagine che il rischio è fermarsi lì. A me invece interessa Milano come luogo in cui gli oggetti vengono testati davvero. Qui il design entra nel ritmo della città, nei flussi, nel lavoro, nei corpi, nelle attese. È una città che costringe il progetto a funzionare, non solo a dichiararsi.
Che cosa significa venire dal distretto italiano della caffettiera?
Significa essere cresciuto in un contesto in cui il design industriale era vicino alla vita. Non era un linguaggio separato, specialistico. Era già dentro gli oggetti di tutti i giorni. Il fatto che da quel territorio siano uscite aziende come Bialetti, Alessi, Lagostina per me conta molto, perché vuol dire avere interiorizzato presto una cultura in cui la casa, la cucina e il progetto parlano la stessa lingua.
Perché la caffettiera continua ad affascinarti?
Perché è un oggetto apparentemente semplice, ma in realtà molto denso. Dentro una caffettiera ci sono proporzione, uso, calore, rito, memoria, suono, attesa. È un oggetto popolare e insieme sofisticato. Ed è uno dei casi più belli di come il design possa entrare nella vita quotidiana senza mai diventare distante.
Penso anche alle caffettiere di Aldo Rossi: La Conica e La Cupola sembrano piccole architetture da tavolo. Dentro quegli oggetti Rossi porta il suo mondo, fatto di forme elementari, memoria urbana e monumentalità ridotta in scala.
Dalla caffettiera di casa alla macchina espresso del bar: che cosa cambia?
Le vedo come due archetipi italiani. La caffettiera è domestica, raccolta, quasi narrativa. La macchina espresso è pubblica, performativa, urbana. La prima lavora sul tempo della casa, la seconda su quello della città. Ma entrambe organizzano gesti e relazioni. Entrambe sono dispositivi di progetto che danno forma a un rito.
Che cosa può raccontare il bar sul design di prodotto?
Il bar può raccontare moltissimo, perché è uno dei luoghi in cui il progetto viene verificato senza sconti. Lì il design si misura con l’ergonomia, con la manutenzione, con la ripetizione dei gesti, con la velocità del servizio, con l’esperienza di chi lavora e di chi entra. Il bar è una piccola architettura sociale in cui prodotto ed esperienza coincidono.
C’è un punto decisivo: la customer journey del cliente nasce spesso molto prima del cliente stesso. Nasce da quanto un banco è leggibile, da quanto una macchina è accessibile, da quanto un gesto è naturale per chi lavora. Se l’operatore si muove bene, se non spreca energie, se ha tutto dove serve, anche il servizio diventa più chiaro, più rapido, più gentile.
Perché ti interessa parlare dei baristi dentro questo discorso?
Perché il barista è uno dei grandi lettori inconsapevoli del design. Chi usa un oggetto per ore, ogni giorno, ne vede subito la verità. Capisce se una forma accompagna bene il gesto o lo intralcia, se un’interfaccia è chiara o confonde, se un sistema è davvero ben pensato oppure no. L’uso quotidiano è il test più onesto che esista.
Un barista magari non parla di progetto, ma riconosce immediatamente un buon progetto. Lo riconosce dal polso, dalla schiena, dal tempo che perde, dalla facilità con cui pulisce, impila, serve. È lì che il design smette di essere teoria e diventa qualità reale del lavoro.
Dove entra l’illustrazione in tutto questo?
Entra nel punto in cui l’oggetto smette di essere solo funzione e torna a essere immaginario. Come illustratore posso raccontare una caffettiera, un paesaggio produttivo, un banco del bar, una cucina, senza doverli ridurre a scheda tecnica. Il disegno mi permette di restituire atmosfera, memoria, carattere. È il mio modo più intimo e senza vincoli di produzione per rappresentare luoghi e prodotti.
Come convivono disegno tecnico e disegno illustrato nelle tue giornate?
In un’epoca di iperstimolazione visiva, per me l’illustrazione non serve ad aggiungere rumore, ma a rallentare lo sguardo. A dare a un oggetto, a un interno, a un paesaggio produttivo, una qualità più intima.
Nelle mie giornate il disegno vive in due modi diversi ma non separati: a volte è uno strumento di progetto, mi aiuta a capire una forma, a trovare un equilibrio, a dare una direzione a un oggetto che poi dovrà passare attraverso il 3D, l’industria, i vincoli. Altre volte invece il disegno è il punto di arrivo: non serve più a costruire qualcosa, serve a restituirne il carattere, la memoria, l’atmosfera.
Questa doppia natura mi interessa molto: il disegno tecnico tende a chiarire, mentre il disegno illustrato può aprire, evocare, lasciare respirare. Uno stringe il progetto, l’altro gli ridà spazio umano. Per me non sono in conflitto, anzi si correggono a vicenda: il progetto impedisce al disegno di diventare puro ornamento, e il disegno impedisce al progetto di diventare solo prestazione.
Da quando illustro, ho notato che fondo molto questi due aspetti. Aggiungo poetica al design industriale senza farlo diventare souvenir, e aggiungo tecnica e prospettiva alle illustrazioni senza togliere atmosfera. Questo equilibrio mi fa sentire molto calibrato.
Che rapporto vedi tra paesaggio e oggetti?
Per me gli oggetti non sono mai completamente separati dai luoghi. Una caffettiera non nasce nel vuoto. Porta dentro una geografia, una cultura del fare, un certo rapporto con il metallo, con il fuoco, con la casa. Anche per questo mi piace pensare agli oggetti come a piccole condensazioni di paesaggio. Disegnarli significa spesso disegnare anche il mondo che li ha resi possibili.
Se dovessi lasciare un’immagine finale, quale sceglieresti?
Lascerei la lezione che si vede benissimo in figure come Achille Castiglioni o Michele Provinciali: grandissimi osservatori dell’esistente. Castiglioni aveva questa ironia lucidissima per cui una pantofola poteva suggerire una seduta. Il progetto non nasceva da un gesto eroico, ma da uno sguardo attentissimo sul mondo.
Provinciali, allo stesso modo, sapeva prendere resti, tracce, cose trovate, e trasformarle in materia grafica, in linguaggio. Mi interessa molto questa idea: il progetto non come invenzione astratta, ma come trasformazione intelligente di ciò che è già lì.
Tre cose da lasciare a chi legge?
Partirei da un luogo: Fuoriluogo, in Isola. È arrivato in una via dove mancava proprio un bar, e da quel momento è diventato quasi una casa. Mi piace perché racconta bene come certi luoghi entrino nella vita quotidiana in modo naturale, senza forzature.
Poi lascerei due libri: Il vagabondo delle stelle di Jack London e Scritto di notte di Ettore Sottsass. Sono molto diversi, ma entrambi, a modo loro, ti portano fuori da uno sguardo ovvio sulle cose.
E poi un film e un disco: Mulholland Drive di David Lynch, perché è uno di quei film che ti restano dentro e continuano a lavorare anche dopo; e Storia di un impiegato di Fabrizio De André, perché ha una forza narrativa, politica e poetica che non si consuma.